Accademia Scacchi Milano
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Tel. 328 7194921
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La scacchiera magica
Magazine - I Racconti di Alberto Velluti
Scritto da Alberto Velluti   
Lunedì 25 Febbraio 2013 12:48

 

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Quello di possedere una scacchiera magica è sempre stato il sogno di Palmiro Cantacchio, una scacchiera che ti possa suggerire all’istante la mossa giusta, anzi, che ti costringa a giocarla.

Purtroppo, quando era giovane lui, questo sogno sembrava del tutto irrealizzabile e per diventare nulla più che un mediocre giocatore aveva dovuto sgobbare sui libri, giocare e perdere numerose partite, ascoltare attento i saccenti insegnamenti di alcuni maestri quelle rare volte che si erano degnati di rivolgergli la parola. Oggi, invece, con l’avvento del computer il sogno del signor Cantacchio è divenuto possibile. Esistono, infatti, programmi di scacchi che analizzano milioni e milioni di combinazioni al secondo e che possono giocare in poco tempo la mossa migliore; questo, unito ai nuovi sistemi touch screen, ovvero la possibilità di eseguire qualsiasi operazione toccando lo schermo con la mano, ha fatto sì che venisse ideata e costruita la scacchiera magica. Un tipo di scacchiera illegale in molti paesi, ma che a Zauberdorf è possibile acquistare. Si tratta di una semplice tavoletta con un unico pulsante. Appena accesa appare sul monitor una scacchiera a tutto campo, non modificabile. Non c’è internet, né telefono, né programmi di musica, video, giochi vari che possano in qualche modo distrarre il possessore. A seconda di come la si tiene si può giocare con il bianco o con il nero. Al giocatore basta sfiorare con il dito indice il pezzo che vuole muovere e toccare poi la casa in cui desidera destinarlo. Qui il dito rimarrà incollato allo schermo per alcuni istanti, il tempo necessario al programma di analizzare la mossa. Nel caso si tratti di una mossa sbagliata verrà trasmessa una lieve scossa al giocatore. Più grave sarà l’errore, più intensa sarà la scossa. 

In una fredda notte di Natale, all’età di otto anni, Igor Cantacchio ricevette una scacchiera magica. Suo padre lo guardava soddisfatto mentre, sotto l’albero addobbato, scartava contento il suo regalo. Lo aveva chiamato Igor in onore del più grande campione di scacchi mai esistito: Igor Sdriboscenko. Ora, però, che era riuscito finalmente a trovare la scacchiera dei suoi sogni, si era quasi pentito di aver scelto quel nome: perché suo figlio sarebbe diventato ancor più forte e famoso del mitico campione.

Da quel giorno per Igor iniziarono le dure sofferenze della vita. Ogni sera, dopo aver terminato i compiti, il bambino doveva giocare una partita sotto lo sguardo severo del padre e con il muto assenso della madre, succube del marito. Ogni sera erano scosse e dolori. Per anni andò avanti questo odioso appuntamento serale tanto che per il piccolo Igor le ore passate a scuola erano le uniche che gli davano un po’ di svago e serenità. Palmiro Cantacchio constatava compiaciuto i progressi di gioco del figlio e man mano che migliorava faceva aggiungere al programma delle nuove pulsioni elettriche anche per le minime imprecisioni. A dodici anni Igor era già vecchio: aveva perso i capelli e il colorito della sua pelle sfumava dal verdolino al giallognolo; soffriva di improvvisi tremori in tutto il corpo e la notte non riusciva a dormire. In compenso giocava benissimo a scacchi. Ormai vinceva quasi ogni partita contro il computer. Era arrivato il momento di iscriverlo a un torneo.

A Zauberdorf ogni anno veniva organizzato un open, un torneo aperto a tutti i giocatori, dal non classificato al maestro, che attirava gente da tutta la regione. Si giocavano nove turni e, anche se non si presentavano grandi campioni, c’era sempre qualche forte maestro che si cimentava per vincere il ricco montepremi. Un’occasione d’oro per sbalordire tutti i soci del circolo. Il signor Cantacchio, infatti, non aveva mai fatto menzione del proprio figlio prodigio e non lo aveva ancora lasciato giocare in pubblico. Già pregustava la sorpresa che avrebbe arrecato una sua vittoria; probabilmente lo avrebbero scritto anche sul giornale: “Un ragazzo dilettante domina il torneo di Zauberdorf”. E questo sarebbe stato soltanto l’inizio.

Il primo giorno del torneo Palmiro Cantacchio accompagnò il figlio al circolo, gli comprò la tessera necessaria per l’attività agonistica e lo iscrisse alla competizione. Per timore di fare la figura del padre troppo apprensivo, lo presentò e affidò a un candidato maestro di sua conoscenza che faceva parte degli organizzatori e se ne andò via lasciandolo solo. Per i giorni seguenti lo avrebbe accompagnato sua madre.

Igor si trovò così in un ambiente nuovo, con tanta gente che non conosceva, e di fronte per la prima volta della sua vita a scacchiere in legno vero. Fu per lui una settimana molto intensa e felice, finalmente libero dal controllo del padre e, soprattutto, da quelle dolorose partite con la tavoletta infernale. Gli altri ragazzi lo accolsero bene, provavano un briciolo di compassione nel vedere quel piccolo vecchio tanto impacciato e ingenuo. In quei pochi giorni Igor riprese persino una carnagione più sana, e con il suo sorriso sdentato e gli occhi azzurri sgranati conquistò la simpatia di tutti. La madre ogni giorno lo accompagnava al circolo e aspettava paziente che terminasse la partita per riportarlo a casa. Il padre, invece, si sforzava a mostrarsi disinteressato. Solo l’ultimo giorno apparve nella sala del torneo, un momento prima che si celebrasse la premiazione.

Andò diretto dal candidato maestro a cui lo aveva affidato. Questi, in realtà, oberato da tanti impegni organizzativi, si era completamente dimenticato del piccolo Igor.

-Allora, com’è andato il nostro giovane campione?- Domandò tutto entusiasta.

-Ah, signor Cantacchio è lei- gli rispose con un sorriso di circostanza, guardando il foglio con i risultati che teneva tra le mani, -bene, bene. Si vede che è un ragazzo appassionato. Se lo iscriverà al circolo vedrà che imparerà presto.-

Il signor Cantacchio si rabbuiò: non era questa la risposta che si sarebbe aspettato. Imparerà presto? Pensò, cosa doveva imparare un fenomeno che vince nove turni su nove? Prese il foglio dalle mani dell’organizzatore e guardò dubbioso lo score del figlio. Era ultimo in classifica con zero vittorie, zero pareggi, nove sconfitte.

Sconfortato, andò subito a cercarlo. Lo trovò intento a giocare una partita amichevole con una bambina.

-Igor.- Lo chiamò, cercando di non far trapelare davanti a tutti il suo furore, -cosa è successo? Com’è andato il torneo?-

-Oh papà- gli rispose Igor, girandosi verso di lui, -è stato magnifico. Il primo giorno ho giocato contro un avversario che ha fatto subito un errore grossolano. E pensa: non si è accorto di nulla. Neanche una smorfia sul suo viso. Così ho provato a farne uno anch’io. Niente, nessuna scossa. Ho capito che avrei potuto finalmente fare tutte le mosse che ho sempre sognato. Senza sentire alcun dolore.-

-Ma, ma… cosa, come?- Balbettò il signor Cantacchio.

-Non ci crederai, papà- continuò a parlare Igor, sollevando eccitato gli occhi azzurri al soffitto, -ma qui si può sbagliare. Si può sbagliare!- Si alzò e andò incontro a suo padre, gli prese la mano e con voce dolce gli disse ancora: -Le vedi tutte queste scacchiere? Non fanno male. Sono tutte scacchiere magiche.-

Da quel giorno Palmiro Cantacchio non costrinse più il figlio alla partita serale e lo lasciò andare al circolo come tutti gli altri ragazzi.